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lunedì 21 marzo 2022

" Don Antonio Locantore: un prete "forestiero"

 4° Incontro - 1 /12/2021 -Vito Marone  - " Don Antonio Locantore: un prete "forestiero"

La persecuzione di cui fu vittima Don Antonio Locantore da parte dei dirigenti fascisti di Oppido è una storia di violenza e di sopraffazione dai molteplice risvolti, oltre che religiosi, sociali e politici, che interessò all'epoca la stampa regionale e nazionale, ma che necessita di essere meglio conosciuta e studiata. Riportiamo in sintesi il racconto che ne ha fatto a  noi Vito Marone anticipando un libro sull'argomento al quale egli da tempo sta lavorando.

Nel 1912 era morto Don Rocco Martino Parroco di Oppido e la Curia Arcivescovile di Acerenza , alla fine di quell'anno indisse il concorso - come era di norma allora- per la copertura del posto vacante. Vi parteciparono tre Sacerdoti di Oppido e due forestieri: vinse il concorso Don Antonio Locantore di Montescaglioso, dove aveva l'incarico di Vice Parroco.

Ad Oppido la notizia della nomina di un prete forestiero destò grande malumore tanto che il Sindaco, temendo conseguenze per l'ordine pubblico, informò della situazione l'Arcivescovo ed il Prefetto; lettere anonime pervennero anche allo stesso Locantore per sconsigliarlo, minacciandolo, di accettare l'incarico.

Questi però, dopo i primi momenti di incertezza, decise di non tener conto  delle intimidazioni e raggiunse la sede assegnatagli.

Qui iniziò un'intensa attività pastorale ed assistenziale, attivandosi anche per la riparazione della Chiesa Madre e del Santuario di Belvedere e per regolarizzare vecchie pendenze amministrative.  A causa di ciò si scontrò ben presto con l'amministrazione comunale e con cittadini variamente interessati. 

Intanto l'Italia nel 1915 entrò in guerra e Don Antonio venne arruolato come Cappellano Militare. Vivendo a contatto con i soldati, condivise con essi sofferenze e disagi.

Alla fine della guerra e al ritorno in sede, si trovò ad affrontare il grave problema dei reduci ai quali era stato promesso un pezzo di terra da lavorare per il sostentamento della famiglia. 

Nel 1919 venne promulgata una legge - il Decreto Visocchi- che consentiva l'occupazione temporanea dei terreni incolti o mal coltivati ai contadini  organizzati in associazione. Don Antonio si attivò subito e costituì una cooperativa di contadini che raggiunse presto il numero di 250 iscritti. Avevano ottenuto da un latifondista residente a Parigi, il Conte Lehon, la concessione di circa 100 ettari di terreno, per due terzi ta dissodare, nelle contrade Trigneto, Canaparo e Torre. Gli assegnatari si misero ben presto al lavoro e, quando il proprietario decise di vendere questi terreni, si prepararono ad acquistarli. Ma questo non andava a genio alle famiglie dominanti del paese che iniziarono una dura lotta contro il Sacerdote, colpevole di stare dalla parte dei contadini e di dare loro solidarietà ed assistenza. Riuscirono a convincere il Conte Lehon che non gli conveniva trattare la vendita a contadini di dubbia solvibilità e riuscirono - qualcuno sosteneva con mezzi poco chiari- ad acquistare loro i terreni e ad estromettere i contadini che avevano iniziato a coltivarli. Furono vane le proteste, giunte perfino al Duce Mussolini, per questo grave sopruso.

Il 15 giugno 1922, festività del Corpus Domini, mentre la solenne Processione sfilava per le vie del paese, giunta nella strada del Casale, si verificò un attentato al Parroco che reggeva l'Ostia Sacra, da parte di Michele Fasciani che si avventò contro l'Arciprete armato di coltello. Intervenne in difesa Padre Salvatore Zottarelli ed altri e la Processione fu sospesa. L'odio di Fasciani verso l'Arciprete era causato dal fatto che questi aveva dato precedenza alla Congrega del SS. Sacramento, fondata da Don Antonio, a scapito dell'altra storica Congrega, quella dell'Assunta della quale era Priore il Fasciani, nella composizione del corteo.

Un altro grave episodio di violenza contro Locantore si ebbe nella notte di Capodanno del 1923, quando due giovani rampolli delle famiglie dominanti nel paese che avevano festeggiato l'ultimo dell'anno nella cantina di Giardinelli e quindi abbastanza ubriachi andarono a bussare alla porta di Locantore, il quale si insospettì e non aprì. I due costrinsero un vicino di casa, postino, a  bussare chiedendo l'intervento del Parroco per un moribondo bisognoso dell'Estrema Unzione. La porta venne aperta, i due giovani fecero irruzione in casa aggredendo il Parroco e intimantogli  di non occuparsi più della Cooperativa dei contadini. Solo l'intervento del postino evitò che la situazione degenerasse in modo più violento. L'indomani il Sacerdote denunciò gli assalitori,  ai quali però non fu inflitta un'adeguata punizione.

Il giorno 18 febbraio del 1923, prima Domenica di Quaresima, una folla di facinorosi si presentò con urla e schiamazzi presso la casa dell'Arciprete  il quale, avendo compreso quel che stava accadendo, si affacciò al balcone chiedendo aiuto ai passanti. Si trovò per strada Michele Cimadomo che accorse subito, trovò una scala e fece scendere l'Arciprete che trovò rifugio in casa di Carmela Postiglione. Intanto gli assalitori forzarono la porta, entrarono e non trovando la vittima designata, devastarono la casa e poi scesero in strada alla ricerca dell'Arciprete. Una cattiva donna indicò loro la casa dove si era rifugiato, lo prelevarono con insulti e percosse e a nulla valsero le preghiere della Postiglione, di Cimadomo e di Domenico Nicolò che pure era corso in suo soccorso, a desistere da quella violenza, Lo portarono al Paschiere, lo fecero salire su un calesse raccomandando al guidatore, che era un dipendente di un caporione fascista di rendere quanto più disagevole il viaggio del Sacerdote e di consegnarlo al Parroco di Genzano. Le denunce  presentate dal Locantore, gli interventi di autorità politiche e religiose non sortirono alcun effetto per porre fine a quella inaudita persecuzione. Don Antonio ritornò nella sua Parrocchia per un breve periodo fino al 1925.

Il Vescovo ritenne opportuno il suo trasferimento a Potenza, dove fu nominato Canonico nel Capitolo della Cattedrale;  si dedicò ad altre attività religiose ed assistenziali e nel 1929 ebbe l'incarico dell'insegnamento della Religione presso l'Istituto Magistrale di quella città. 

Dopo la guerra ottenne che si riprendessero i processi insabbiati contro i suoi violenti persecutori, ma la morte lo colse all'improvviso nel mese di gennaio del 1946, lasciando molti dubbi sulla causa della sua repentina scomparsa.

Il comune di Oppido volle onorare la sua memoria dedicando una strada del paese al suo nome e il Parroco Mons. Giuseppe Greco , nel 1999 fece fondere un busto in bronzo di Don Antonio Locantore, ora nella Cripta della Chiesa Madre di Oppido.     


martedì 15 febbraio 2022

La Costituzione Italiana

 6° Incontro - 15/12/2021 - " Lettura e commento della Costituzione Italiana - Articoli 9/12" a cura del Presidente Giuseppe De Felice

Si riporta la relazione letta dal Presidente.

Nell'incontro del 24 novembre scorso il Prof. Franco Scarfiello ci ha parlato della storia delle Costituzioni che, all'inizio, erano concessioni o cessione di poteri che i sovrani del tempo, su pressione di sudditi potenti e interessati, accordavano ai propri sudditi.

La nostra Costituzione, approvata dal Parlamento il 22/12/1947 ed in vigore dal 1/1/1948, non fu concessa da nessun potere costituito, ma fu espressione della liberazione dell'Italia dal Fascismo e conquistata dagli Italiani che al regime dittatoriale si erano opposti, soprattutto con le lotte della Resistenza.

Ricordiamo l'altra data molto importante della nostra storia: subito dopo la guerra, il 2 giugno 1946, si votò contemporaneamente per decidere la forma istituzionale dello Stato e cioè se mantenere la Monarchia o passare ad un regime repubblicano ed anche per eleggere i rappresentanti del popolo che avrebbero fatto parte dell'Assemblea Costituente incaricati di redigere la nostra Costituzione dando così forma al nuovo Stato.

Ad Oppido, come votarono i nostri antenati?

Nel referendum su Monarchia o Repubblica votarono per la Monarchia 1.603 votanti e per la Repubblica appena 501.

Per l'Assemblea Costituente , la D.C. ottenne 1.028 voti e il P.C.I. 239, questi i due partiti che ottennero più voti.

Ricordiamo due eletti in Regione in questa votazione: per la D.C. il giovane Emilio Colombo, di appena 26 anni, che avrebbe poi fatto una brillante carriera politica, più volte Ministro, Presidente del Consiglio, Deputato Europeo. Per il Partito Socialista Aldo Enzo Pignatari, che aveva un'importante proprietà agricola nel nostro paese, condotta in modo molto rispettoso dei diritti dei lavoratori occupati e promotore di un acquedotto rurale utile a molti agricoltori di Piangorgo e zone limitrofe.

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato che fissa i principi ai quali tutte le leggi devono attenersi. Infatti noi ogni tanto sentiamo dibattere i politici se una legge sia rispettosa o in contrasto con la Costituzione e se possa essere approvata o mantenuta - se già in vigore- oppure annullata. 

Ma chi decide in definitiva la costituzionalità di una Legge? La Corte Costituzionale che è la suprema Corte, formata da Magistrati di chiara fama e affidabilità, che ha il compito principale di giudicare appunto le leggi e gli atti aventi forza di legge, al fine di verificarne la conformità ai principi e ai valori costituzionali e quindi decidere l'applicabilità o l'annullamento.

Passiamo ora a leggere e a commentare insieme gli articoli che ci siamo proposti di esaminare, iniziando dall'art. 9, visto che nel precedente incontro avevamo letto gli articoli dall'1 all'8.

Art. 9 - Questo articolo impegna la nascente Repubblica a promuovere la cultura, la ricerca scientifica e tecnica e la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico. La cultura  è  strumento di civiltà e democrazia,che lo Stato deve promuovere  in primo luogo attraverso le scuole di ogni ordine e grado, rimuovendo gli ostacoli che ne impediscono la frequenza , derivanti da situazioni economiche e sociali disagiate o da impedimenti fisici. 

L'importanza della ricerca scientifica la sperimentiamo tutti in questo tragico momento di pandemia, considerando che la scienza ha messo a disposizione dell'intera umanità , in tempi rapidissimi, un vaccino per combattere il tremendo virus covid 19.

Altrettanto importante la ricerca tecnica che impegna gli studiosi a trovare sempre nuovi strumenti utili allo sviluppo economico ed a migliorare gli stili di vita di tutti.

La seconda parte dell'articolo è finalizzata alla salvaguardia e alla tutela del patrimonio storico e artistico del quale l'Italia è particolarmente ricco e a tutelare il paesaggio , pur esso bene prezioso, non sempre purtroppo oggi adeguatamente rispettato.

Art. 10 - Più impegnativo è il commento dell'art. 10 che riguarda i rapporti internazionali e la situazione degli stranieri in Italia. Dividiamo l'articolo in tre parti. La prima parte afferma l'adattamento del diritto italiano al diritto internazionale e quindi il principio fondamentale che conferisce allo Stato la connotazione di comunità aperta, non arroccata nei suoi confini, autosufficiente e spesso in antagonismo con gli altri Stati. L'adesione convinta  dell'Italia alla Comunità Europea è l'attuazione pratica di questo principio. La seconda parte riguarda la condizione giuridica degli stranieri in Italia. La Costituzione, scritta nel 1947, non poteva prevedere il fenomeno migratorio al quale oggi assistiamo e che crea notevoli problemi politici e sociali. Afferma principi di carattere generale, quale l'estensione agli stranieri immigrati dei diritti fondamentali dell'uomo che nei paesi d'origine non sono loro riconosciuti e quindi l'obbligo della concessione del diritto d'asilo. Interessante l'ultimo comma dell'articolo che riguarda il diritto d'asilo e l'estradizione degli stranieri dal territorio dello Stato e che lascia molte perplessità nella sua applicazione. Ricordiamo il caso dei molti terroristi italiani delle Brigate Rosse che si erano macchiati di gravi delitti, omicidi compresi, e che, giudicati e condannati in Italia, riuscirono a fuggire all'estero dove ottennero protezione. Molti si rifugiarono in Francia dove beneficiarono di quella che fu chiamata la dottrina Mitterand ( allora Presidente della Repubblica) che li riconosceva perseguitati politici dalla Giustizia Italiana, rifiutando la loro consegna all'Italia. L'ultimo caso è stato quello di Cesare Battisti che solo l'anno scorso è stato consegnato, ormai vecchio e ammalato, dal Brasile alla giustizia italiana. Non conosco casi di rifugiati politici stranieri, condannati nel loro paese, per i quali sia stata richiesta l'estradizione.

Art. 11 - Anche questo articolo lo dividiamo in tre parti per una più agevole comprensione. La prima parte afferma che l'Italia ripudia la guerra . Uscita da una guerra disastrosa, non poteva non affermare con grande chiarezza e con formulazione linguistica precisa la natura precettiva e vincolante che è vietato dichiarare o partecipare a guerre offensive. Se dovesse insorgere qualsiasi controversia con altre nazioni, mai ricorrere alla guerra ma cercare la soluzione del contrasto con la diplomazia, attraverso incontri, confronti, riflessioni o ricorrere ad organi di giustizia internazionali come l'ONU. Il divieto però non riguarda la guerra difensiva che è intesa come legittima difesa. 

La seconda parte tratta della limitazione della sovranità nazionale. Per sovranità si intende che uno stato esercita in piena indipendenza l'insieme delle sue funzioni e non può essere limitata o subordinata ad altri Stati. Uno Stato però può consentire una autolimitazione della sovranità, ad esempio quando concede ad altre nazioni o organizzazione di Stati di installare sul suo territorio basi militari o far transitare eserciti o velivoli sul proprio spazio aereo, quando sia necessario assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni. In tal caso anche gli altri Stati coinvolti nella stessa missione debbono procedere alla stessa autolimitazione della propria sovranità. Un caso di autolimitazione della sovranità nazionale in Italia si ebbe nel 1955 quando, a causa del protrarsi della guerra civile nella ex-Jugoslavia con eccidi di civili - a Srebrenica furono sterminati oltre 8.000 musulmani bosniaci- la NATO intervenne militarmente e dall'Italia partivano gli aerei per questa missione.

L'ultima parte afferma che l'Italia promuove e favorisce le organizzazioni internazionali che hanno il compito di assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni, come l'ONU.

Art. 12 - Tratta della bandiera della nostra Repubblica. Quando gli uomini si costituiscono in gruppi di qualsiasi natura sentono l'esigenza di utilizzare segni di riconoscimento.  La bandiera ha sempre costituito il mezzo più semplice ed efficace per identificare un gruppo e quella di una nazione è dunque il segno distintivo di un popolo e della sua identità. La bandiera tricolore è quindi il massimo segno distintivo, con l'inno nazionale, dell'Italia repubblicana, democratica e antifascista. La nascita della nostra bandiera viene fatta risalire al 1794 a Bologna dove due studenti, sull'onda della Rivoluzione Francese, adottarono come segno distintivo una coccarda con i tre colori: bianco, rosso e verde che richiamavano i tre valori: giustizia, uguaglianza e libertà. Quel tricolore venne poi utilizzato sulla bandiera che diversi gruppi di patrioti adottarono, poi adottato dall'Italia Monarchica che vi pose al centro lo stemma sabaudo, tolto quando l'Italia divenne uno Stato repubblicano e democratico.

La relazione è stata seguita con interesse dai soci presenti, intervenuti su diversi punti trattati, animando un vivace dibattito.

                                                                                                                              G. De Felice

La Costituzione Italiana

 3° Incontro - 24/11/2021 - Prof.  Franco Scarfiello

" Lettura e commento della Costituzione Italiana - Articoli 1/8"

Prima di iniziare la lettura con relativo commento e con il contributo di tutti i soci presenti dei primi articoli della Costituzione si è ritenuto opportuno fare una breve introduzione.

  Il Prof. Scarfiello ha cercato di dimostrare che i principi fondamentali della nostra Costituzione non maturano, quasi improvvisamente, alla fine del ventennio fascista e, soprattutto, alla fine della disastrosa 2° guerra mondiale, ma vengono da lontano nel tempo. Così ha  tracciato un rapido escursus storico al riguardo, a cominciare dalla " Magna Carta" del 1215 in Inghilterra per continuare attraverso il '700 illuministico, soprattutto grazie all'opera e al pensiero di Montesquieu con il suo " Esprit des lois" ( Lo spirito delle leggi) e con lo Statuto Albertino della metà dell' 800.

I nostri Padri Costituenti non poterono non tener presenti quelle esperienze oltre che, naturalmente, le tragiche vicende del ventennio e della sciagurata 2° guerra mondiale, nell'accingersi a scrivere la nostra Costituzione.

Dopo questo breve preambolo si è passati alla lettura ed al commento dei primi 8 articoli della Costituzione, che inizia con l'enunciazione dei Principi fondamentali, cioè dei valori che la nostra Repubblica ritiene irrinunciabili e che dovranno essere rispettati da ogni altra legge: se una norma viola questi principi sarà considerata illegittima e rimossa dal novero delle leggi.

L'articolo 1 afferma che la nostra Repubblica è fondata sul  lavoro, che viene elevato al rango di diritto e che la sovranità appartiene al popolo che la esercita con libere elezioni.

Nell'articolo 2 lo Stato riconosce e garantisce i diritti dei cittadini ai quali richiede però l'adempimento dei doveri.

L'articolo 3 afferma che nello Stato non vi devono essere distinzioni fra i cittadini per diversità di razza, lingua, religione, sesso e opinioni politiche. Nella discussione i soci hanno sostenuto che non sempre lo Stato rimuove tutti gli ostacoli che impediscono o limitano il raggiungimento del godimento della piena uguaglianza tra tutti i cittadini.

L'articolo 4 ribadisce ancora meglio che il lavoro è un diritto, ma anche un dovere che tutti i cittadini devono osservare nell'interesse della collettività. I soci commentano che non è facile oggi, soprattutto per i giovani, trovare un lavoro e quindi l'articolo rimane solo una lodevole affermazione.

L'articolo 5 riconosce che la nostra Repubblica è una e indivisibile, anche se sono riconosciute e promosse le autonomie locali. Viene però osservato dai presenti che ora le Regioni ricche del Nord reclamano sempre maggiore autonomia, soprattutto economica, a scapito delle regioni meridionali che hanno minore ricchezza e minori possibilità di assicurare servizi indispensabili  ( (sanitari, scolastici, ecc,) ai cittadini.

A completamento di quanto affermato nel precedente, l'articolo 6 assicura la tutela delle minoranze linguistiche, che nella nostra Regione  è applicata ai parlanti della lingua albanese .

Molto chiaro l'articolo 7 che afferma indipendenti e sovrani lo Stato e la Chiesa Cattolica e che i rapporti tra le due istituzioni sono regolati da patti, variati poi nel corso degli anni.

Anche l'articolo 8 si occupa di Religione e tratta dei rapporti tra lo Stato e le altre Religioni diverse dalla Cattolica, alle quali riconosce pari dignità, libertà di espressione e di organizzazione . 

I soci hanno dimostrato interesse per la lettura dei suddetti articoli della Costituzione, intervenendo con commenti, richiesta di spiegazioni e di chiarimenti.

                                                                                                             G. De Felice

lunedì 7 febbraio 2022

Dante e "La Divina Commedia"



2° incontro

Prof. Rocco Basilio "Dante e La Divina Commedia"

Il Prof. Rocco Basilio, che ormai da alcuni anni apre il ciclo annuale dei nostri incontri settimanali, ha iniziato la sua conferenza ricordando per sommi capi la vita di Dante Alighieri, per poi passare alla lettura e commento del I° Canto della Divina Commedia.

VITA

Il Poeta era nato a Firenze presumibilmente nel 1275 in una famiglia di piccola nobiltà cittadina, benestante. Questo gli consentì di ricevere una raffinata educazione e di acquisire un'ottima formazione culturale.  Aveva  letto e studiato i testi della filosofia greca, dei poeti latini ( in particolare Virgilio, Lucano, Ovidio e Stazio), della Bibbia e dei teologi cristiani (Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino). Nel 1283 vede per la prima volta una ragazza di appena 9 anni , Beatrice Portinari e se ne innamora, divenendo la Musa ispiratrice della "Vita Nova" e figura sempre presente nella " Divina Commedia" e sua guida nella cantica del Paradiso. 
Si iscrisse alla Corporazione dei medici e degli speziali poichè, essendo nobile, non avrebbe tuto partecipare alla vita politica, che era prerogativa solo degli esercenti una professione. Partecipò quindi alla vita politica della sua città. Fu nel Consiglio del Capitano del Popolo e nel gruppo dei Savi e del Consiglio dei Cento.
La popolazione di Firenze era divisa tra Ghibellini e Guelfi che a loro volta si divisero in Guelfi Bianchi, capeggiati dai Cerchi, di cui faceva parte anche Dante, più vicini all'Imperatore e Guelfi Neri, conservatori e più vicini al Papa, capeggiati dai Donati. Nel 1300 Dante fu eletto Priore e quindi nella posizione di oppositore del Papa Bonifacio VIII.
Nell'intento di pacificare la città di Firenze, vi mandò come paciere il Cardinale Matteo d'Acquasparta la cui missione però non ebbe successo. Il Papa perseguì nel suo intento ed inviò a Firenze un nuovo paciere, Carlo di Valois, che parteggiò apertamente per i Guelfi Neri. Dante era a Roma con una delegazione di ambasciatori presso il Papa quando fu accusato di frode, concussione e baratteria ed a pagare un'ammenda di 5.000 fiorini e, al ritorno a Firenze, alla pubblica umiliazione. Egli non volle accettare questa ingiusta condanna e decise di non fare ritorno nella sua città, subendo l'ulteriore condanna al rogo se vi fosse ritornato.
Iniziò così la sua vita di esule, peregrinando tra  le corti dei signori del tempo, i Malaspina della Lunigiana, gli Scaligeri di Verona, Cangrande della Scala, Guido Novello da Polenta di Ravenna il quale lo inviò ambasciatore a Venezia. Nel viaggio di ritorno da questa missione contrasse la malaria, causa della sua morte nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 all'età di 56 anni.
Durante questo suo peregrinare tra le città italiane prese coscienza delle divisioni e delle lotte tra fazioni, delle interferenze  della Chiesa sempre più mondanizzata, dell'assenza   dell' Imperatore,  situazioni che arrecavano grave danno alle popolazioni, ben descritte nelle sue opere.

STRUTTURA DELL' INFERNO DANTESCO.

Dante immagina che la voragine dell'Inferno a forma di imbuto, sia stato causato dalla caduta di Lucifero, scacciato dal Paradiso, il quale si trova nella parte più profonda di esso.  E' formato da gironi sui quali i peccatori scontano la loro condanna, iniziando da coloro che hanno commesso colpe meno gravi e via via da quelli che si sono macchiati di colpe più gravi, fino all'ultimo maggior peccatore che aveva sfidato lo stesso Dio, Lucifero, che si trova nella parte più profonda.
Il poema ha inizio con un prologo nel quale si accenna ai temi che saranno trattati e dove non compaiono dannati.  Unici personaggi  il poeta Virgilio, che rappresenta la ragione umana, e Beatrice, che dal Paradiso incarica Virgilio di accompagnare Dante nell'Inferno e nel Purgatorio, mentre lei stessa lo accompagnerà nel Paradiso.
Il viaggio inizia la sera dll'8 aprile 1300, Venerdì Santo, anno del Giubileo indetto da Papa Bonifacio VIII per offrire ai cristiani che si fossero recati a Roma il perdono dei peccati e la possibilità di iniziare una nuova vita.
Dante, nel racconto del viaggio nell'oltretomba, si serve della tecnica narrativa dell'allegoria che consiste nell'attribuire alla parola un significato diverso da quello suo proprio.

LETTURA DEL PRIMO CANTO

 Il poeta inizia dicendo che, alla metà della sua vita, all'età di 35 anni, si ritrova in una selva oscura, fitta di alberi ( i peccati commessi) che ostacolano il cammino; si addormenta e al risveglio vede la luce del sole ( la speranza) che sta sorgendo dietro la collina che gli sta dinanzi. Inizia a salire quando all'improvviso appaiono una lonza ( che rappresenta la lussuria, l' invidia e la frode) , un leone ( la superbia, la violenza) e infine una lupa ( l'avidità, l'avarizia, la cupidigia) che gli fanno disperare di raggiungere la vetta.
 Sta per tornare indietro quando scorge un'ombra alla quale si rivolge per chiedergli aiuto ( miserere di me, dice). L'ombra si presenta: è il poeta latino Virgilio, suscitando la meraviglia e la sorpresa di Dante che si inchina e lo dichiara suo Maestro, dal quale ha appreso l'arte dello scrivere e di parlare. Virgilio ( la ragione) dice a Dante che gli conviene percorrere un'altra strada per continuare il cammino, perchè la lupa non lo lascerebbe passare per la strada intrapresa.
 Egli lo accompagnerà nell'Inferno e nel Purgatorio , altre anime beate , soprattutto Beatrice, lo accompagneranno nel Paradiso.
Così si conclude il primo Canto. 

I presenti si congratulano con il Prof. Basilio per la bella esposizione con un lungo e caloroso applauso.
                                 
                                                                                                                G. De Felice




 

mercoledì 11 marzo 2020

20° incontro Le iscrizioni runiche nel Santuario di San Michele Arcangelo

20° Incontro -  04/03/2020 - Prof. Giuseppe DE BONIS
" Le iscrizioni runiche nel Santuario di S. Michele Arcangelo: tracce di pellegrini anglosassoni sul Gargano"
Il Prof. De Bonis ha mostrato le lettere dell'alfabeto runico rinvenute nelle prime testimonianze di scrittura, incise su pietra, delle popolazioni germaniche stanziate in Nord Europa.
E' passato poi alla descrizione del promontorio del Gargano, dove l'immensa caverna calcarea ivi esistente dovette essere un luogo di culto già in età greca e romana, come è testimoniato anche dallo storico Strabone.
In epoca cristiana la grotta fu adibita al culto per l'Arcangelo Michele .
Il Prof. De Bonis si è lungamente soffermato sulla figura dell'Arcangelo Michele, menzionato nell'Antico e nel Nuovo Testamento.
Nell'Antico Testamento è presentato come il Gran Principe, difensore del popolo d'Israele e, in DANIELE è descritta la sua figura luminosa.
Nel Nuovo Testamento è menzionato nel libro dell'APOCALISSE di San Giovanni, quale combattente, insieme ai suoi Angeli, contro il grande Drago, il demonio, satana e il suo nome potrebbe proprio significare:"Chi come Dio", il grido vittorioso rivolto all'avversario che aveva osato proclamare: " Sarò come Dio".
Il drago, il serpente, Egli lo sconfigge di nuovo e lo pone sotto il piede della Vergine Maria.
Il culto per l'Arcangelo risale ai primi secoli dell'era cristiana e dall'Oriente si diffuse poi in Occidente; la Grotta sul Gargano ne divenne centro importante e snodo per la diffusione tra  i Longobardi e le tribù germaniche. Per queste popolazioni l'Arcangelo guerriero sostituiva il loro Dio Odino-Wotan, accompagnatore delle anime dei defunti nell'Aldilà.
L'origine del Santuario sul Gargano si colloca tra la fine del V e l'inizio del VI secolo ed è legato alla memoria di tre Apparizioni.
E' seguito poi un sintetico racconto delle invasioni barbariche, in particolar modo dei Longobardi giunti in Italia nel 568 e dei Franchi giunti alla fine dell'VIII secolo. La figura dell'Arcangelo Michele, Santo guerriero per eccellenza, era presente e venerato da quelle popolazioni barbariche e si estese poi in tutta Europa, compresa l'Inghilterra.
Il Santuario di San Michele sul Gargano divenne meta di pellegrinaggi e le iscrizioni runiche ritrovate dimostrano che le popolazioni del Nord Europa vi si erano fermate, forse di passaggio sulla via per la Terra Santa.
Il Prof. De Bonis ha mostrato le immagini di tre iscrizioni su pietra con caratteri runici e ne ha indicato la lettura ed il significato.
La conferenza, che ha confermato la profonda cultura del relatore, è stata seguita ed apprezzata dal numeroso pubblico presente.
                                                                                                  G.D.F.

lunedì 2 marzo 2020

19° incontro L'acqua nel territorio di Oppido

19° Incontro - 26/02/2020 - Ins. Domenico MAGLIONE
" L'acqua nel territorio di Oppido"
L'ins. Maglione ha premesso che la relazione che terrà questa sera è il risultato di uno studio e una ricerca effettuati nel corso di quattro anni scolastici dagli alunni della Scuola Primaria negli anni 200l/ 2005 guidati dagli insegnanti Caterina De Rosa, Teresa Evangelista Pepe, Maria Antonia Giannone, Domenico Maglione, Antonio Pagano e Maria Antonia Sannella.
Per semplicità l'argomento è stato diviso in tre parti:
- Le fontane vicinali;
- I fontanili nell'abitato ( con l'arrivo dell'acquedotto pubblico);
- Le fontane e i "pilacci" nel territorio di Oppido.
Le fontane vicinali erano alimentate da sorgenti, erano ubicate alla periferia del paese ed utilizzate, prima dell'arrivo dell'acquedotto pubblico, da tutti gli abitanti per gli usi domestici e per abbeverare il bestiame 
Erano:  la " Fentane", la "Medeche", la " Medechecchia", " Pezzedde" ed altre minori.
 Di ognuna il nostro socio Domenico ha mostrato le immagini, ne ha ricercato le memorie storiche che le descrivevano e le norme che ne regolavano l'utilizzo.
Nel 1928 il nostro paese fu dotato di un acquedotto pubblico e furono istallati nell'abitato alcuni fontanili; i primi erano ubicati in piazza G.Marconi, in piazza Sant'Antonio, in Via Umberto ( Casale) e in Via Fuori Porta. Pochissime abitazioni private erano allacciate all'acquedotto pubblico. Domenico ha indicato le sorgenti che alimentavano i primi acquedotti pubblici e proiettato alcune foto di storici fontanili di Oppido.
In tutto l'agro di Oppido sono diffusi fontane e " pilacci" dei quali Domenico ha fornito descrizioni ed immagini.
I principali "pilacci" sono: Riedito, ora quasi disseccato, d'Alicchio, vicino la Masseria di questa importante famiglia, demolito e ricostruito poco lontano, ora senz'acqua;di Masseria Caronna, ubicato nei pressi del fabbricato, ove ci sono importanti belle testimonianze di diverse epoche storiche; di Contrada Volpare, poco lontano dal precedente, in terreni di proprietà di Michele Pio Giganti; di Contrada Sant'Anastasia, nei pressi della Masseria Gagliardi e degli scavi archeologici, forse risalente all'epoca romana; di Pezza della Madonna, prima ubicato verso il Varco e poi rifatto più vicino alla Masseria Grimaldi; di Contrada Canaparo, dal nome della contrada in cui è ubicato e forse di origine romana; di Contrada Piangorgo, di recente costruzione, forse per rifacimento di uno più antico; di Torre San Francesco, presso la Masseria La Torre, molto antica, presso cui vi sono ancora i ruderi di una Cappella; Sorgente in località Scanzano, molto ricca di acqua, in terreni di proprietà del nostro socio decano Donato Mancuso; due "pilacci" in Contrada Serra Martino, ricostruiti su preesistenti strutture, molto ricchi di acqua.
In conclusione, riporto le parole di Domenico "  notizie precise e certe, relative a queste sorgenti... non ne abbiamo, ma almeno alcune di esse potrebbero inquadrarsi nell'ipotetico disegno di un complesso impianto idrico esistente già al tempo dei Romani, i quali avevano predisposto un sistema di impiego delle acque di cui la zona era ed è ancor oggi ricca, per poter utilizzare le terme presenti presso le loro " villae rusticae".
La relazione dell'ins. Domenico Maglione è stata apprezzata, soprattutto dai soci più anziani, i quali hanno ricordato di aver utilizzato le acque dei " pilacci" sparsi nel territorio, durante i lavori in campagna.
                                                                                        G.D.F.

giovedì 20 febbraio 2020

18°incontro prof.ssa M.Caterina De Bonis - Gli affreschi delle grotte di Sant'Antuono

18° Incontro - 19/02/2020 - Prof.ssa Caterina De Bonis
" Gli affreschi delle grotte di Sant'Antuono"

   Innanzi tutto il nome: perchè chiamiamo la nostra Chiesa Rupestre "Sant'Antuono". 
   La professoressa Caterina De Bonis ci ha spiegato che il Santo al quale è intestata la Chiesetta è Sant'Antonio Abate, la cui venerazione si diffuse dalla Francia all'intera Europa, fino a giungere nelle nostre zone, ad opera dell'Ordine Religioso degli Antoniani. Per deformazione del nome francese del Santo " Saint-Antoine", è derivato il nostro Sant'Antuono.
   Gli Antoniani erano specializzati  nella cura  della malattia dell'herpes Zoster o fuoco sacro e ad Oppido si insediarono, nella seconda metà del XIV secolo, poco fuori del centro abitato, sulle rive di un torrente, nelle grotte ivi esistenti e si dedicarono alla cura degli ammalati di questa e di altre malattie.
Il loro simbolo era la Croce a forma di TAU, poi ripresa da San Francesco.
   Provvidero ad abbellire la loro Cappellina con affreschi raffiguranti la vita di Cristo. Lo stile pittorico è di ascendenza bizantina, arte che arriva in Occidente dall'Oriente e si caratterizza per le figure piatte, inserite in paesaggi privi di "profondità", spesso su fondo dorato.



   L'iconografia delle pitture della nostra Chiesa è in parte basata su testi apocrifi dei Vangeli e le scene più importanti dipinte, sulle quali si sofferma la prof.ssa De Bonis,  sono: Natività - Dormizione della Vergine - Ultima Cena - Crocefissione.
   Particolare della Natività dipinta sul soffitto della Grotta è l'assenza di Maria e Giuseppe a vegliare sul Bambino Gesù, mentre sono presenti il bue e l'asino ed un Angelo che suona il flauto.
   La Dormizione della Vergine non è menzionata in nessun testo riconosciuto dalla Chiesa Cattolica, ma è descritta in testi di varie epoche, soprattutto nella " Legenda Aurea" di Jacopo da Varazze. La Vergine Maria, alla fine della sua vita terrena, si è addormentata per essere poi assunta in Cielo in anima e corpo, Lei che era stata concepita senza il peccato originale. Nella nostra Chiesetta è dipinta mentre sale al Cielo, lasciando scivolare la cintura all'Apostolo Tommaso.
   Nella raffigurazione dell'Ultima Cena si nota l'abbinamento al racconto evangelico della moltiplicazione dei pani e l'agnello, simbolo della Pasqua Ebraica, è sostituito  con cinque pani e due pesci. Sono raffigurati Gesù e gli Apostoli, in particolare Giovanni che posa il capo sul grembo di Gesù e Giuda che si sporge a porre una mano nel piatto mentre guarda il Maestro. Stranamente anche sul capo di Giuda è disegnata l'aureola, come sul capo degli altri Apostoli. Forse per significare che anche il tradimento di Giuda era necessario per l'opera di salvezza che Gesù stava compiendo.



   Nel dipinto della Crocefissione è raffigurato, fra gli altri personaggi, Longino che con la lancia si appresta a trafiggere il costato di Gesù. Longino veste un abito monastico, mentre i soldati romani che partecipano alla Crocefissione, non vestono la divisa militare romana, ma abiti che richiamano i costumi dei soldati europei impegnati nelle Crociate.
   La Professoressa De Bonis ha mostrato i dipinti della nostra Chiesa rupestre e dipinti, coevi o di epoche posteriori, raffiguranti le stesse scene sacre e ne ha sottolineate le differenze di contenuto e di stile pittorico.
   Ha animato una bella serata di storia e di arte ed ha invogliato i numerosi presenti a visitare o rivisitare la nostra bella Chiesa Rupestre di Sant'Antuono, facendo tesoro delle spiegazioni da lei fornite.



                                                                                                                                                                                         G.D.F.

17° incontro dott.ssa Olga Novelli - L'Artrosi

17° Incontro - 12/02/2020 - Dottoressa Olga Novelli
" L'artrosi"
La dottoressa Novelli ha introdotto la sua relazione spiegando che l'artrosi è la malattia reumatica più comune nei paesi occidentali. E' caratterizzata dalla distruzione della cartilagine articolare e causa dolore, deformità, limitata capacità funzionale dell'articolazione colpita e disabilità.
Non esiste una sola definizione dell'artrosi universalmente accettata.
Viene considerata per lo più come un gruppo di affezioni sovrapponibili che conducono a conseguenze biologiche e cliniche.
E' anche definita come insufficienza articolare che, in caso di gravità, può essere trattata con un intervento di artoprotesi; comunque solo una piccola parte di articolazioni andrà incontro ad una insufficienza completa.
E' più frequente nelle donne e insorge dai 35/40 anni di età in su.
L'artrosi si può classificare primaria quando non è provocata da una causa specifica e può colpire la mano, il piede, l'anca e secondaria quando è indotta da una causa specifica come fratture, interventi chirurgici non riusciti, lavori usuranti, gotta, ecc. e può colpire tutte le parti del corpo.
La diagnosi è clinica o strumentale con i normali esami di laboratorio, radiografie, risonanza magnetica ecc.
Per la prevenzione si consiglia di evitare il sovrappeso, di eseguire regolarmente esercizi fisici, di indossare calzature adeguate, di evitare traumi e attività stressanti ripetitive.
Il trattamento medico non può sopprimere il dolore che in maniera temporanea e si effettua con farmaci, infiltrazioni, fisioterapia, ecc. 
Il trattamento chirurgico si effettua principalmente con l'artroprotesi.
La dottoressa ha mostrato alcune immagini con le parti del corpo colpite da artrosi, soprattutto dell'anca e del ginocchio, dove si nota la mancanza della cartilagine fra le ossa che compongono l'articolazione e come si interviene chirurgicamente con l'introduzione delle protesi.
Alla fine della relazione sono state rivolte alla dottoressa da parte del numeroso pubblico presente richieste di chiarimenti e di consigli.
                                                                                         G.D.F.

venerdì 7 febbraio 2020

6 febbraio - Visita al Duomo di Salerno



 Duomo e Cripta di San Matteo

La Cattedrale di Santa Maria degli Angeli, San Matteo e San Gregorio VII è il principale luogo di culto cattolico a Salerno.
La Cattedrale venne costruita in stile romanico nell' XI secolo ed in seguito più volte modificata, con diverse aggiunte barocche.
Il campanile, di grande valore storico ed artistico, è una importante testimonianza della fusione bizantino-normanna del periodo.


                                             
  Il campanile


                                                    Interno della chiesa

                       




 Nel Duomo è ubicata una spettacolare Cripta barocca che custodisce le spoglie mortali di San Matteo, il Santo patrono della città.



Al centro della Cripta è posto il sepolcro contenente le reliquie del Santo patrono, che rappresenta il SanctaSanctorum , attorno al quale ruotano tutti gli altri elementi dello spazio.


    Sulla tomba di San Matteo è posta una statua bronzea raffigurante lo stesso, realizzata nel 1606 dallo scultore Michelangelo Naccherino. Immediatamente sotto il sepolcro è collocata una scatola in cui veniva raccolta la Manna di San Matteo, un liquido che, senza alcuna spiegazione scientifica, può trasudare da immagini sacre o da reliquie dei santi.     

                                                                                               R.C.                                 

Visita alla Mostra Immersiva "Van Gogh"



A Salerno per visitare la mostra immersiva "Van Gogh" 
installata nel complesso monumentale Santa Sofia. 




La mostra ha entusiasmato tutti per la sorprendente originalità
 e per la moderna forma di espressione tecnologica. 







Pareti, colonne, soffitti e pavimenti si colorano delle tinte più amate da Van Gogh, 
dal blu profondo della Notte stellata  al giallo vivo dei Girasoli. 








 I quadri prendono vita e ti avvolgono a trecentosessanta gradi, 

 regalando emozioni fortissime!







Abbiamo sperimentato un  nuovo modo di conoscere e vivere l'Arte: camminando all'interno dei suoi quadri, abbiamo potuto esplorare il fascino dello straordinario pittore fiammingo e,
grazie al sistema di proiezione 3D mapping, siamo entrati direttamente negli ambienti di vita e nel paesaggio olandese. 

Peccato non poter riprodurre in foto lo straordinario viaggio!


                                                                                                       R.C.




16° incontro Musica e Filosofia

                                      MUSICA e FILOSOFIA


“La filosofia è musica suprema” diceva Platone, uno dei più grandi filosofi dell’Antica Grecia, nel suo “Fedone”

“La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia” dichiarava Ludwig Van Beethoven molti secoli dopo. 

Sono sufficienti queste due citazioni  per cogliere quanto il legame tra Musica e Filosofia sia stato complesso e vitale nei secoli e sia ancora oggi stimolo a  nuove riflessioni.
Musica e Filosofia, discipline apparentemente distanti, sin dalle origini si sono cercate, incontrate e sovrapposte: i filosofi hanno riflettuto sulla musica e attraverso la musica, i musicisti e i musicologi  hanno cercato nei sistemi di pensiero elaborati dalla filosofia un quadro di riferimento per la propria esperienza artistica o la propria elaborazione teorica. 

 
La musica ha, nella vita di ciascuno, una funzione vitale, sia da un punto di vista sociologico, sia da un punto di vista spirituale: essere cresciuti con un certo tipo di musica, amare un certo genere musicale e non un altro, definisce il nostro orizzonte esistenziale. La musica influisce sulle modalità attraverso cui comprendiamo e “abitiamo” il mondo, soprattutto perchè, agli eventi più importanti e significativi della nostra vita, colleghiamo sempre un motivo, un pezzo,  una melodia che si sono impressi  indelebilmente nella nostra anima.

La filosofia, è stato detto, nasce dallo stupore di fronte al mondo, e come tale è un atteggiamento innato in ogni uomo, atteggiamento che riguarda tutti noi, non solo i filosofi.

La Filosofia si costituisce come disciplina nell’ antica Grecia ( culla della nostra civiltà) ed è lì che si manifestano le prime riflessioni filosofiche sulla Musica, che in Grecia comprendeva non solo l’arte dei suoni, ma anche la poesia lirica e la danza.
  I primi grandi filosofi greci ( Pitagora, Platone, Aristotele,…)  si sono interrogati sugli effetti della musica sulle persone, cercando di determinare a quale sentimento, a quale emozione,  corrispondesse ciascuna armonia.

La parola armonia è greca, ed è impiegata, ancora oggi, in musica per definire la concordia (coaptatio) fra i suoni; ma la parola “armonia”, nel linguaggio quotidiano, rimanda anche ad ordine, bellezza, proporzionalità, felicità, bontà, naturalità, semplicità, e ad ogni concetto positivo e coerente.
Questo termine ha dunque mantenuto nei secoli, e mantiene tuttora, l’ambivalenza di termine musicale e filosofico.
 I primi filosofi si dedicarono alla classificazione tra armonie buone e cattive, tra quelle utili per una positiva catarsi dalle passioni più violente e quelle invece considerate  dannose per la salute.

 Platone si occupa della Musica in numerosi dialoghi; dalle sue opere risulta chiara la sua idea di un legame stretto tra Filosofia e Musica. Il filosofo ateniese –  nella sua città ideale - identifica nella musica la palestra dell’anima, così come la ginnastica è quella del corpo.
Più in generale, Platone ha nei confronti della musica una posizione ambivalente: da un lato la considera come strumento di elevazione spirituale dell’individuo e della collettività – dall’altro la ritiene, nelle forme strumentali che considera più volgari, come un potenziale elemento di disordine, dove la sottomissione ai piaceri prevale sulla ricerca della virtù. 

Anche Aristotele ritorna sul potere catartico della musica , considerata come una vera e propria medicina dell’anima.
Nel mondo latino di età tardo-antica ( tra il III e il VI secolo d.C.) e altomedievale (tra il 500 e il mille d.C.) la musica viene ancora considerata degno oggetto di studio, ma  solo in quanto scienza delle proporzioni e  per questo viene inserita nel quadrivium  delle arti liberali,  insieme all’Aritmetica, alla Geometria e all’Astronomia, (secondo il modello di erudizione classica rielaborato in chiave cristiana da Agostino). 

 Saltando un lungo periodo, arriviamo ad un grande Filosofo del  XIX°secolo.
 Nel pensiero di Schopenhauer (1788-1860)  la musica  non solo è l’arte dell’interiorità pura e priva di materialità, ma è anche  una vera e propria
lingua, lingua che è universale e al tempo stesso intraducibile.
Schopenhauer con un celebre paradosso afferma: Se potessimo tradurre la Musica in parole,  essa sarebbe la vera filosofia!

A partire dalla seconda metà del XIX° secolo, e ancor più nel XX° secolo, il dibattito sulla Musica non è più patrimonio esclusivo dei filosofi e anzi, compositori e critici musicali si espongono  in prima linea nel dibattito attorno alla  domanda: Può la musica esprimere emozioni e significati? 
 Oggi  la musica ha raggiunto  livelli di diffusione senza precedenti;  pensare la musica nel mondo globalizzato, pensare la musica nel contesto delle nuove tecnologie, pensare la musica nella sua interazione con altre arti,  sono solo alcuni dei sentieri che i filosofi della musica stanno percorrendo e dovranno percorrere nel prossimo futuro. 

 Nel Novecento le tradizionali questioni dell’estetica musicale non sono  più patrimonio esclusivo della speculazione dei filosofi, ma diventano oggetto d’indagine e discussione di scienziati, antropologi, sociologi e molti altri, ma un ruolo di primo piano è ormai stabilmente detenuto dai compositori. 

 Negli ultimi decenni, la cosiddetta New Musicology  ha ricordato l’impronta fondamentale che la biografia dell’autore ha sulle scelte che danno forma alla sua opera,  considerando la Musica capace di esprimere significati attraverso l’interazione con il contesto storico e culturale di chi produce musica e di chi la ascolta.  
…e qui ci colleghiamo direttamente al tema della serata ed al pensiero del nostro filosofo-musicista…

Quando ho proposto “Musica e Filosofia” come tematica della nostra serata, ho avuto una reazione entusiastica da parte delle amiche e degli amici che frequentano L’UNITRE; questa reazione positiva è dovuta al tema particolarmente affascinante, ma è dovuta anche al nostro relatore, che molti già conoscono come professionista competente e come oratore particolarmente accattivante.

Rocco Mentissi è intervenuto nella doppia veste di Filosofo e Musicista.
Egli è Docente di Filosofia in una della scuole più prestigiose della nostra regione, il Liceo Classico di Potenza, ma è anche una eccellenza della Musica lucana.
E’ Maestro compositore, apprezzato anche fuori dai confini regionali.
Ha tenuto numerosi concerti per pianoforte in diverse sedi:  dal Teatro Stabile a Potenza, al Conservatorio Duni di Matera, fino al Palacongressi  Oltremare e al Maschio Angioino a Napoli, al Teatro San Carlo di Modena  e ad altre prestigiose location nel resto d’Italia.
Dirige anche la banda musicale di Tolve, fondata dal Padre, anch’egli musicista.
Nel  2018, al culmine di un lungo percorso musicale, ed a 4 anni di distanza dal suo primo album che si intitola “TraMe”, viene la pubblicazione di “PAIS”, composizione musicale in cui, a detta dello stesso Autore, l’ingrediente principale è la Lucanità,  l’essere lucano.
“Il musicista, dice Rocco, è tutt’uno con la terra d’origine, ne è la manifestazione, assorbe il paesaggio con i suoi ritmi e colori e li traduce in suoni e note. Senza radici non cresce nulla, ma le radici sono tristi senza fiori. Il passato da solo non basta, bisogna tendere al futuro e all’innovazione;  le tradizioni, dunque,  vanno ripensate e riscritte”.
L’album “PAIS” è un  progetto che parte dal passato, ma che si rivolge al futuro.
“PAIS “ in greco, la lingua dei primi filosofi, significa “fanciullo”; nel nostro dialetto, invece, “PAIS” indica il paese. Due dimensioni che si intrecciano: quella cronologica (con le tre età della vita) e quella spaziale ( con il paese, i luoghi di vita); il fanciullo simboleggia l’uomo del futuro,  il paese è simbolo di una città in evoluzione, un borgo che nasce, cresce e si espande, diventando una realtà sempre più ampia, sia dal punto di vista urbanistico, che demografico e sociale.
La fanciullezza, che il nostro pianista racconta con la sua musica, è la metafora di una vita che sboccia, non solo quella dell’uomo, ma anche quella dei nostri piccoli paesi, come Tolve, come Oppido…

In conclusione di serata Rocco ci ha declamato “La pioggia nel pineto”, una delle liriche più conosciute e più apprezzate di Gabriele D’Annunzio, un componimento poetico che rende l’idea di una composizione sinfonica.  Il linguaggio poetico traduce in parole i suoni della natura descrivendo con particolare maestrìa i suoni prodotti dalla pioggia, dagli alberi, dagli animali, attraverso  l’utilizzo di parole che rendono l’idea di musicalità e di sonoro: vengono riprodotti i suoni che rimandano  allo scroscio della pioggia, al canto delle cicale, al verso della rana nel momento stesso in cui smette di piovere.
E con le immagini evocative della poesia si conclude una serata ricca di suggestioni e spunti di riflessione, su cui potremo tornare a discutere.

                                                                                  M.R.C.

venerdì 31 gennaio 2020

15° incontro- Van Gogh: genio e follia

L' incontro è stato particolarmente interessante, per l'argomento trattato e per i relatori, che sono due soci Unitre e due amici stimati e apprezzati da tutti noi.
 Marenza Barone e Mimmo Potenza ci hanno parlato del grande pittore fiammingo, in preparazione alla visita alla Mostra immersiva dedicata a Vincent Van Gogh, accompagnandoci alla scoperta della sua vita ed immergendoci nella sua arte.
La Mostra immersiva, che visiteremo prossimamente a Salerno, è una particolare mostra che interagisce con l'osservatore e gli consente di entrare dentro l'opera, grazie ad un innovativo sistema di proiezioni 3D mapping, uno straordinario modo di conoscere l'Arte,camminando all'interno dei quadri di Van Gogh e delle atmosfere tipiche dei suoi paesaggi.
Marenza e Mimmo ci hanno presentato l'Autore attraverso la vita e le opere, gli studi intrapresi ed il suo stile pittorico, fino alla fase finale della sua vita, quella in cui l'artista iniziò a dare segni di profondo smarrimento interiore e follia.
Dalla immensa produzione artistica di questo genio nel mondo dell'Arte hanno selezionato 12  dipinti particolarmente significativi: alcuni sono i quadri che vedremo alla mostra, altri sono stati selezionati da Mimmo e Marenza, secondo la loro sensibilità di artisti.

                                                                                                                       M.R.C.

La camera da letto di Van Gogh

La casa bianca

Campo di grano con corvi

Caffè di notte

Campo di grano con cipressi

Mangiatori di patate

La siesta

Notte stellata sul Rodano

Notte stellata

Ritratto del Dottor Gachet

Piantatrice di barbabietole

Girasoli



sabato 18 gennaio 2020

13° incontro prof. F.S.Lioi - Il bombardamento della città di Potenza

UNITRE --- OPPIDO  LUCANO

Lezione di Francesco Saverio Lioi il 15-1-2020
Il Bombardamento di Potenza dell’8 e 9 settembre del 1943.


Preliminari: Battaglia di El ALAMEIN. Lapide commemorativa:  MANCO’ LA FORTUNA, NON IL CORAGGIO.
Prima battaglia. Luglio 1942.  Rommel attacca la linea difensiva anglo-americana contro il gen. Auchintekc. Mese di logoramento senza vincitore.
Seconda battaglia 23 ottobre - 4 novembre 1942. Le truppe anglo americane comandate da Bernard  Montgomery attaccano El Alamein  conquistando la depressione di El Quattara. Rommel, inferiore per numero di uomini e mezzi (due nazioni dell’Asse contro 7 nazioni, USA, Inghilterra ecc.) resiste soprattutto per i campi minati, chiamati I giardini del Diavolo, ma dovette cedere per mancanza di approvvigionamento e scarsezza di rifornimenti, rimase con 102 carri armati. Il 3 novembre Rommel aveva solo 35 carri armati operativi. Il 4 nov. Ordina la ritirata che segnò una svolta nella guerra. Wiston Churchill dichiarò: "Ora questa non è la fine, non è nemmeno l’inizio della fine, ma forse la fine dell’inizio".

La lotta degli anglo-americani dall’Africa si spostò in Italia. La volpe del deserto, il gen. Rommel, era stato sconfitto  a El Alamein: tedeschi e alleati si diressero verso l’Italia. La prima isola che gli alleati anglo-americani incontrarono nella loro avanzata verso l’Italia fu Pantelleria, sulla quale con la quasi totalità delle forze dislocate nel Mediterraneo, in tredici giorni di bombardamenti  scaricarono, su 83 kmq, 17 mila tonnellate  di esplosivo. L’esercito italiano non fu passivo, ma reagì con fermezza: gli aerosiluranti italiani affondarono otto piroscafi e una petroliera, molti mezzi navali alleati rimasero danneggiati in modo tale da non essere adoperati, gli anglo-americani persero oltre un centinaio di aerei e altri 250 prima dello sbarco in Sicilia. Intanto l’offensiva aerea anglo-americana si andava intensificando su tutta l’Italia insulare e meridionale, mirando ad operazioni risolutive di conquista dell’Italia intera, mentre i tedeschi aumentavano la loro presenza in Italia con divisioni provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Cadeva così il progetto illusorio dell’Italia fascista  della guerra lampo ed  in casa d’altri e prendeva sempre più luogo la possibilità della guerra in casa propria, che avrebbe visto la distruzione di tante città e la lotta civile della resistenza degli italiani contro altri italiani, ma soprattutto contro i tedeschi che avevano invaso l’Italia. Nacquero i Comitati di Liberazione nazionale, ne nacque uno anche a Oppido. Stava iniziando per l’Italia un periodo di distruzione delle città, cadeva il mito dell’arroganza fascista. Da Pantelleria gli Alleati passarono in Sicilia, ove trovarono un’accanita resistenza da parte dell’esercito italiano. Un giornalista americano, corrispondente di guerra, così scrive nel suo giornale:«La lotta in Sicilia ha assunto un accanimento inaudito e i difensori dell’isola si battono quanto mai risolutamente, non retrocedendo ove è possibile, neppure di un centimetro». Il 22 giugno 1943 gli Alleati prendono Palermo e, con gravi perdite anche da parte loro, sbarcano nella penisola. Persero un terzo degli effettivi di 15 divisioni, furono catturati o distrutti 400 carri armati, 63 cannoni, 96 mezzi di sbarco, furono abbattuti 650 aerei. La difesa della Sicilia aveva adempiuto ad una importante funzione di logoramento delle forze avversarie, facendo coinvolgere verso la isola quasi la totalità delle forze angloamericane disponibili nel Mediterraneo; aveva altresì impedito che esse potessero gravitare, in tutto o in parte, verso altri settori, che avrebbero potuto avere una maggiore importanza per gli Angloamericani agli effetti di una più sollecita definizione della guerra.
Il 25 luglio del 1943, nel frattempo, il Gran Consiglio del Fascismo, per la prima volta in venti anni di regime, sfiduciò il Duce, il quale nella notte tra il 25 e 26, rassegnò nelle mani di Vittorio Emanuele III le dimissioni da capo del Governo. Nell’uscire dalla residenza reale, a Roma, fu arrestato e portato in una località di montagna. Il governo venne affidato al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.
Il 3 settembre del 1943 fu firmato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati a Cassibile in Sicilia. Il 13 ottobre 1943 Badoglio dichiara guerra alla Germania.
Dopo l’armistizio in Italia giunsero numerose Divisioni dell’esercito tedesco, quelle sconfitte in Africa  e quelle stanziate nel Mediterraneo orientale, per contrastare l’avanzata degli Alleati che dalla Sicilia risalivano lungo la penisola. Nel giugno del '43 era transitata per Potenza la divisione tedesca di Hermann Goering, con mezzi cingolati, diretta in Sicilia per opporsi allo sbarco degli alleati che già si erano insediati su Pantelleria. Parte di questa divisione rimane a Potenza ed installa una stazione radio nella Villa di Santa Maria, di fronte alla Caserma degli Allievi Ufficiali. A settembre colonne di soldati tedeschi in ritirata, dopo la conquista della Sicilia da parte degli Alleati, ritornano a Potenza e depredano una città già stremata. Ma in Italia giungono non solo i Tedeschi cacciati dalla Sicilia, ma da ogni parte del Mediterraneo, ovunque chiedono ai militari italiani la consegna delle armi, che gli Italiani rifiutano. Non è necessario ricordare cosa avvenne a Cefalonia, ove fu passato per le armi un nostro concittadino, il ten. La Sala. Nel Nord Italia, invece, Mussolini, liberato dai Tedeschi, instaura la Repubblica Sociale di Salò, che diventa uno stato vassallo della Germania. Mussolini avrebbe voluto la capitale di questo stato fantoccio per i Tedeschi, con tutti i crismi di un grande stato che avrebbe vinto la guerra in poco tempo per il Duce, a Roma o a Milano, ma Hitler non glielo permise. Il risultato fu la lotta fratricida fra i partigiani italiani e l’esercito dei repubblichini; i Tedeschi si arrogano il diritto di portare a compimento ogni loro arbitrio.
Perché gli Alleati nel loro avanzare in Italia verso Roma e il Nord, ormai sotto l’oppressione tedesca, bombardavano le città italiane anche dopo l’armistizio? Il bersaglio non erano le città italiane e i civili indifesi, ma i Tedeschi in esse stanziati. La lotta è stata dura. La cacciata dei tedeschi dall’Italia del Sud ha causato distruzioni e vittime civili. Non tocca a noi in questa sede dire se eticamente ciò è ammissibile: la guerra ha comportato tali devastanti disastri. La distruzione più illustre consumata dagli alleati è stata senza dubbio quella della Badia di Montecassino, patrimonio, ebbe a dire un ufficiale americano, non solo dell’Italia, ma del mondo. A ricostruirla, a guerra finita, furono gli stessi americani. Potenza rientra nel destino comune di molte città del Sud Italia in preparazione della avanzata alleata dalla Sicilia verso Roma. Nello stesso giorno del bombardamento di Potenza vengono bombardate Salerno, Capua, Avellino, Auletta, Eboli, Battipaglia, Formia, Gaeta .
Potenza è stata bersaglio di un bombardamento necessario per gli alleati oltre che contro i Tedeschi presenti in città, anche per gli snodi ferroviari, per le sedi militari, la Scuola Allievi Ufficiali, il deposito del 48° Reggimento di Fanteria, per ostacolare le manovre delle truppe tedesche che si trovavano a Potenza. La città era rimasta completamente sguarnita di unità dell’esercito italiano che nel frattempo si era disciolto e sbandato. A questo periodo fa riferimento il nostro canto popolare Lu sbandamiènte. La VII Armata, di stanza a Potenza nella primavera del 1943, si era trasferita a Francavilla Fontana per seguire il Re Vittorio Emanuele III che da Roma era fuggito verso Brindisi.  A Potenza aveva sede il Quartier Generale della VII Armata dell’esercito italiano ed il comando delle truppe stanziate in Calabria, Puglia, Basilicata e Campania, sotto il comando del Generale Aurisio. Costui, dopo la fuga del Re da Roma verso Brindisi, segue il re  e trasferisce il comando dell’Armata a Francavilla Fontana, abbandonando Potenza, sede del Quartiere Generale, all’invasione dei Tedeschi. A Potenza rimane il colonnello Giuseppe Faggin con un piccolo contingente militare, con il compito di resistere anche con le armi ad eventuali assalti da parte tedesca. Il generale Aurisio era ben consapevole delle condizioni in cui versava il colonnello, ma continuamente via telefono inviava a Faggin ordini di resistere ai Tedeschi che imponevano la resa e la consegna delle armi. Faggin, non per i continui comandi del generale, ma per sua convinzione e per salvare l’onore delle armi italiane, non ha nessuna intenzione di resa e di consegnare le armi all’ormai nemico tedesco. Per le vie della Città, dice Tommaso Pedio, si incontrano solo tedeschi. L’esercito italiano, dopo la fuga a Francavilla del gen. Aurisio, è sbandato, i soldati cercano scampo dai Tedeschi, i quali li avrebbero portati nei campi di concentramento in Germania, con la fuga. Il col. Giuseppe Faggin sottrae una trentina di militari ai rastrellamenti dei Tedeschi e si rifugia in una galleria, ove pone il suo comando e  per non consegnare le armi. I tedeschi chiedono ancora una volta di consegnare le armi e arrendersi, Faggin, volendo fino all’ultimo salvare l’onore delle armi italiane, oppone netto rifiuto, né i soldati si presentano a una delle uscite della galleria. Il colonnello nell’impossibilità di resistere,  comanda ai soldati di cercare di fuggire in un modo o nell’altro e,  , dopo un ultimo confronto con i Tedeschi, essendosi reso conto della situazione ormai senza via di uscita che  non poteva resistere agli assalti tedeschi né poteva calpestare il suo onore di soldato, esce fuori dalla Galleria e punta la pistola contro il suo capo. I Tedeschi a loro volta fanno saltare la galleria, massacrando militari e civili che si trovavano dentro. La città di Potenza, oggi, ha dedicato alla memoria del colonnello Giuseppe Faggin, l’intestazione di una lunga e scenografica scala del centro.
 Le bombe alleate erano contro i movimenti delle truppe tedesche, ma cadevano su una città ormai stremata: tutti cercavano riparo nelle gallerie delle Calabro-lucane e dello Ferrovie dello stato che ancora oggi attraversano il sottosuolo della città. I Tedeschi ostruirono le entrate, i rifugiati rischiano di fare la morte dei topi. Durante i giorni atroci  di bombardamento i cittadini  vivono   nel panico di morire schiacciati sotto le macerie, tutti sono alla ricerca di un riparo sicuro o di scappare nella campagna, nei paesi vicini al capoluogo. Potenza non ha ripari antiaerei che possano resistere alle bombe. La commissione tecnica del comitato provinciale di protezione antiaerea fa delle ricerche per individuare ricoveri utilizzabili in caso di bombardamento. Un solo fabbricato risulta avere un ricovero sicuro, la Banca d’Italia, la quale nel suo caveau può ospitare 84 persone. Nessun altro edificio ha un  ricovero sicuro. Nel luglio del 1943 l’ingegnere capo del comune Binetti scrive: «Praticamente allo stato attuale, la città di Potenza, pur essendo luogo strategico di rilevante importanza al punto da dar sede al comando della VII Armata, è sprovvisto totalmente di ricoveri». Nell’agosto del '43 vengono scavate delle gallerie   a forma di cunicolo lunghe da 60 ai 90 metri ad U per garantire due uscite. Il grosso non solo dei Potentini, ma anche dei militari che erano rimasti in città dopo l’esodo del generale Aurisio con la VII Armata verso Francavilla Fontana, trova scampo nelle gallerie ferroviarie. Nel settembre del 1943 la Basilicata, ma soprattutto la città di Potenza, vive sotto il terrore dei bombardamenti americani e della presenza dei tedeschi, senza poter far nulla né contro quelli, né contro questi.
I giorni 8 e 9 settembre 1943 sono nefasti per la città, portano morte, distruzione, fame, paura. I cacciabombardieri degli alleati  scaricano quintali di esplosivo sulla città per ostacolare le manovre delle truppe tedesche che stazionano e impediscono la loro avanzata. Le bombe cadono sulle sedi dei comandi militari, sulla caserma della Scuola Allievi Ufficiali, sul deposito del 48° Reggimento di fanteria, sul Museo Provinciale (descrizione dei danni causati al Museo nell’Uva puttanella di Rocco Scotellaro), sull’Ospedale San Carlo, ove si era stanziato il Comando Tedesco, sulle abitazioni private di Santa Maria, di Porta Salsa, di Via Addone, sulla Cattedrale. I danni sono ingenti, materiali e disastrosi per la città, mortali per i cittadini: si contano 187 vittime, di cui 37 militari e un numero imprecisato di feriti. Sono inferte ferite alle strade, alle case, alle scuole, alle chiese. «Sfregi consegnati alla memoria lucana con poche paginette, ha scritto Gino Agnesi. Nessuna ditta politica era intervenuta a che le macerie prendessero parola». Infatti le macerie di una città martoriata, le oltre 500 vittime dopo 10 giorni di bombe, (come dice Tommaso Pedio «I morti, tra militari e civili, sono oltre cinquecento! Le vittime sono prevalentemente civili, ( In  La Basilicata negli ultimi cento anni, p. 137) di cui la maggior parte civili innocenti, non hanno mai avuto chi rivolgesse loro un saluto, chi ricordasse che il loro sacrificio è servito per la liberazione di tutti». Si fanno commemorazioni per le due vittime dei Tedeschi a Matera, e le 500 dei dieci giorni di bombardamenti di Potenza chi mai le ha ricordate? Ma quelle sono state vittime dell’odiato tedesco, queste... beh! di queste è bene non parlare! Il vescovo mons. Bertazzoni si salvò protetto da un’arcata che resse all’urto delle bombe, si ritirò in seguito in una casa di campagna nella contrada Sant’Antonio la Macchia. Fino al 1950 ha dimorato in un’aula del Liceo Classico, che allora era ubicato nel Palazzo Loffredo, ove oggi vi è il Museo Nazionale. Ogni mattina ritornava in città per portare conforto con la parola e con l’aiuto ad una città del tutto sguarnita di difese contraeree e rimasta abbandonata a se stessa. Per giorni si visse negli improvvisati rifugi e nelle gallerie fra mille difficoltà: la mancanza d’acqua, di viveri, di condizioni igieniche accettabili. «La stessa oscurità della galleria, ha scritto Angela Olita in  "Bombardieri a pace fatta" simboleggia la totale sospensione della civiltà, la regressione a uno stato di natura in cui si è preda solo degli istinti e della disperazione. La vicinanza con quelli che sarebbero concittadini, amici, è solo fisica: ognuno ha il proprio personale dolore da coltivare, mentre cerca solo di sopravvivere. Vengono meno i segni della distinzione sociale, ma viene meno anche la comprensione. Si è vicini, ma estraniati l’uno dall’altro: è la solitudine totale». Questo stato di cose dura quasi due settimane. Le bombe cadono  su rione Addone perché nell’Albergo Moderno, sito in via Pretoria, aveva sede il 10° corpo d’Armata.  L’8 settembre vengono bombardati Palazzo Loffredo, il rione Addone, la Cattedrale. La mattina seguente, verso le dieci viene colpito il palazzo delle scuole elementari  di Via del Popolo, dove sono acquartierati i soldati della VII Armata. Bombe in Piazza Prefettura, a Santa Maria. I bombardamenti continuano per dodici giorni, alla stessa ora, Ogni notte centinaia di aerei sorvolano la città lasciando delle tracce. I morti alla fine dei bombardamenti sono oltre 500, dice Tommaso Pedio.
 Mi viene in mente a questo punto un verso dell’Iliade:  
 Nove giorni volarono per il campo Acheo le frecce divine.
Per Potenza possiamo dire:
Per dodici giorni caddero sulla città  le bombe alleate.
Solo all’entrata in Potenza dei canadesi gli Alleati smettono le incursioni aeree. Le persone grandicelle ricorderanno che anche a Oppido in quei giorni cadde qualche bomba e di sera si andava a dormire sotto gli ulivi. Per Potenza quelli furono giorni terribili.
Sulla città, infatti, continuano a cadere bombe fino al 20 settembre, giorno in cui entrano in Potenza le truppe corazzate della Prima Divisione canadese dell’VIII armata britannica. Il gerarchismo nazi-fascista ha così fine. I canadesi trovano una città distrutta, affamata, semivuota. I Potentini si sono trasferiti nelle campagne o nei paesi limitrofi, ove era più facile provvedere alle necessità. I pochi rimasti in città non accolgono i nuovi arrivati come liberatori, per loro i canadesi sono venuti per  sostituirsi nell’occupazione del territorio ai precedenti occupanti. Li accolgono con sospetto, con distacco nei primi giorni, per poi cambiare atteggiamento nel loro confronto. La gente teme questi nuovi invasori, venuti come liberatori. Con i canadesi arrivano in città anche soldati di colore e marocchini; la gente ha paura, le donne rimangono chiuse in casa, per aver fama questi nuovi invasori-liberatori di essere grandi stupratori. I canadesi però non portano in città la normalità, i problemi causati dalla guerra non sono risolti. Le condizioni materiali del capoluogo rimangono disastrose anche per l’esercito degli occupanti: le ferrovie sono inutilizzabili, gli acquedotti e la rete fognaria danneggiati e in molte parti a cielo aperto, l’ospedale inservibile, la città un ammasso di macerie, gli alloggi mancano del tutto, si stanno diffondendo epidemie di ogni tipo. La situazione è tale che impedisce anche agli alleati di prendere decisioni a favore della popolazione. Nel novembre del '43 il commissario governativo scrive al comando alleato: Le condizioni igieniche ed edilizie non sono le più soddisfacenti per l’alloggiamento di un forte contingente di truppe, gli edifici pubblici, come le scuole, sono occupati da 250 famiglie di sinistrati, si sono contati 100 casi di tifo, l’acqua potabile è razionata.  Potenza e la Basilicata rimasero sotto il Governo Militare del Territorio Occupato (AMGOT) con a capo il Maggiore Ernest Howell.

                                                                               F.S.Lioi